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August 01

...

Tutto lo scibile umano, o qualcosa meno

 
Era un uomo come tanti altri.
Aveva due braccia, due gambe, cinque dita per arto. A volte anche un cuore, e nei giorni migliori un cervello dentro la testa oltre a quello dentro le mutande. Come tutti aveva una bocca per vomitare idiozie, ed uno stomaco per digerirle.
E come tutti, due facce. Una principale, da mostrare con orgoglio, e una di servizio per quello che andava nascosto all’opinione comune.
La prima faccia era quella per cui la prima impressione è quella che conta. E se poi la faccia era quella giusta, persino trovarsi nel posto giusto al momento giusto risultava superfluo.
La seconda faccia aveva appurato sulla propria pelle che nulla è mai facile come sembra, e che, malgrado qualsiasi sforzo, malgrado qualsiasi maschera si potesse indossare, la propria natura non si cambia.
Per la prima faccia, qualsiasi cosa si potesse pensare, si poteva anche realizzare.
Per la seconda esistevano delle attitudini imprescindibili dell’esistenza umana, e altre esclusivamente elitarie.
La prima era misantropa.
La seconda misogena.
La prima paranoica.
La seconda nevrotica.
Sostanzialmente una persona normale.
Come tanti scordava il passato. Come tanti trascurava il presente.
Come tanti conosceva in anticipo quello sarebbe accaduto. Come tanti vi costruiva sopra delle illusioni e come tanti negava l’evidenza fino a farselo risultare totalmente inaspettato.
Come tanti si trovò li ad aspettare sapendo che quello che aspettava era gia arrivato. E poiché era nella sua natura, e la natura non si cambia, lo ignorò.
Lei fu gentile.
Arrivò silenziosa, senza disturbare.
Lo trovò esattamente come entrambi s’aspettavano che fosse.
Incorniciato in un pallido bagliore, ostentava il suo abbandono mentre la sua sagoma si perdeva nell’ombra.
Lei ascoltò la melodia provenire dalle corde e le labbra sussurrare.
Raccolse dei frammenti sparsi, e vi compose un cuore.
Lo rese all’uomo come risarcimento dei torti subiti e lo assolse da quelli restituiti.
Entrambe le facce non furono mai tanto simili come allora. E nel momento in cui si identificarono nella stessa, non sarebbero più tornate indietro.
Entrambe ebbero finalmente ragione ed entrambe ebbero torto.
Lui le chiese cosa gli mancava, come avrebbe dovuto agire, cosa avrebbe dovuto dire, quali scelte avrebbe dovuto compiere. Le chiese un rimedio ai suoi errori, una soluzione ai suoi tormenti, una formula per la felicità.
Lei non rispose, lo prese per mano e lo condusse con se.
Eppure gli sarebbe bastato così poco. Nessuna fama, nessuna gloria. Niente denaro ne lussuria. Solo un po’ di saggezza. Solo tutto lo scibile umano, o qualcosa meno. 

July 10

EVENTI

Ancora tra palco e Realtà

Concerto Ligabue 2008

Data. 18.07.08
Città.Roma (RM)
Luogo. Stadio Olimpico
Indirizzo. Via Foro Italico - Roma
Special guests. Rio - Il Nucleo
Orario inizio concerto. Ore 21:00
Prevendite. Circuiti di vendita autorizzati: Unicredit www.geticket.it - Ticketone www.ticketone.it - Box Office Italia www.ticket.it - Lis Lottomatica www.listicket.it - Amit www.helloticket.it - Cartashop www.cartashop.net
Infoline. Around The Show 06 20382934 (anche per diversamente abili)
Prezzi (Euro, prevendite escluse). Tribuna Montemario euro 50,00 + prev. - Distinti euro 38,00 + prev. - Prato e curve euro 35,00 + prev.

Direi: appuntamento alle 18.00-18.30 a casa di chi abita più vicino alla zona Tiburtina (che è di strada). Sono d'obbligo magliette a tema, plaid, borse frigo modello Woodstock, e...rutto libero!
Per qualsiasi idea a riguardo sono sempre reperibile e potete trovarmi "Seduto in riva al fosso", in ogni caso: "mi aggrego!".

June 07

...

Già che ne abbiamo fatti 30, facciamone 31!

Ovvero: Drink a mole together! (Beviamo una talpa assieme!)

 

La notizia è arrivata questa sera, al momento della festa di compleanno, mentre tutti si affrettavano a brindare col “mirto”, ecco che ci ha abbandonato.

Questa volta definitivamente.

Non è stata una fine improvvisa, già da giorni vivevamo la cronaca di una morte annunciata.

Qualcuno sperava potesse accadere dopo il ritorno da Siviglia, ma malgrado condizioni altalenanti e momenti che facevano sperare una ripresa, il verdetto è stato emesso con implacabile freddezza ed ineluttabilità:

“Nessuna foto presente”…e la mia fotocamera ha reso l’anima a Dio il giorno del mio 31° compleanno.

Iniziò ad Alghero, sulla lunga scala verso le “grotte di Nettuno”, non scattava quando volevo ma sempre quando non doveva, e poi 100 foto e più nella stanza dell’albergo (bastarda!). Si pensava fosse solo un po’ di agorafobia. Poi tornava in se e riprendeva la sua vita, dando le soddisfazioni di sempre, ed infine: il nulla, anche in ufficio, anche al chiuso.

I colleghi, stretti attorno, in una giornata di festa e di lutto l’hanno presa, l’hanno adagiata dove avrebbe potuto riposare, e dopo un attimo di raccoglimento:

"SE SEMO FINITI MIRTO E PASTARELLE!!!!!"

 

 

In memoria di una fotocamera sempre in prima linea e dedita al suo dovere (vediamo quanti capiscono cosa c'entra il video)

  

May 13

...

Ciò che l'uomo chiama disgrazia, l'eroe chiama avventura.
Ovvero: Autorizzazione a procedere atto II


C’era una volta un tizio che si chiamava Prometeo. Era quasi un dio, un titano direi. Poteva farsi i fatti suoi e vivere tranquillo, ma un giorno rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini. Gli dei d’altra parte, che in quel periodo erano particolarmente incazzosi, non persero tempo per mettere in pratica i loro giochetti sadici. Lo presero, lo incatenarono ad una roccia, e gli fecero mangiare il fegato da un’aquila, con la piccola aggravante che, essendo immortale, la notte il fegato gli ricresceva. L’aquila che dal canto suo non era del tutto stupida e si trovava puntualmente la tavola imbandita a festa, tornò a saziarsi di patè de foie gras (fuagrà). E così per l’eternità.
Da qui si capiscono due cose: da dove deriva il modo di dire “rodersi il fegato” e che non sempre conviene essere immortale.
Ma dato che il fegato lo mangio solo con la cipolla in agrodolce e che già da tempo spero di morire giovane, il morale della favola è di tutt’altro genere.
È la favola della faticosa ricerca della propria individualità. Del coraggio di qualcuno di mettersi in gioco in contrapposizione a una collettività che lo giudica e lo condanna perchè si vede minacciare le proprie sicurezze. La sfida di un innovatore, un trasgressore, nei confronti di chi, per comodità, per inerzia, è ancorato a posizioni mentali statiche.
È la favola e la rappresentazione della natura del genere umano. Degli uomini che, senza sfida, non avrebbero il fuoco e sarebbero condannati all’oscurità dell’inconsapevolezza. È il racconto del cammino verso uno stato più elevato di se stessi che passa attraverso difficoltà e sofferenza.
Così ogni tanto qualcuno s’incazza.
Qualcuno decide di non accettare passivamente.
Qualcuno decide di imporsi sull’ambiente circostante.
S’incazza e prende forza da quella parte selvaggia di se che fa diventare quel problema una questione di sopravvivenza.
S’incazza e decide di “volere”comprare casa e non semplicemente“cercare”casa. Vede 60 appartamenti in 2 mesi, fino ad esaurire le abitazioni in vendita in tutta Roma Sud. E nessuna trattativa fallita, o nuovo inconveniente, lo convincerà ad abbandonare o d’avere perso tempo inutilmente.
S’incazza e procede per la sua strada, scaricandosi di dosso l’inutile zavorra di gente inconcludente, e capricciosa. Perchè i problemi degli altri non sono i suoi.
S’incazza e fa finalmente il passaporto per andarsene da questo schifo di Paese ogni qualvolta la testa e il portafogli lo permettano.
E non è stupìto ma orgoglioso qualora, da qualche parte, esce fuori un suo simile. Qualcuno che ha coraggio e volontà di osare o semplicemente fare. Qualcuno che è l’antitesi tutto di ciò che lui stesso non tollera del genere umano.

Scendo le scale, percorro il vialetto. A sinistra le aiuole. A destra il prato all’inglese, la palma e una fontana con tanto di pesci rossi e gatto che li fissa con intenzioni poco rassicuranti. Esito nell’aprire il cancelletto rigorosamente rustico della casa in cui vivo ma che non m’appartiene. Anche se il sole mi sta scaldando la pelle e l’aria è fresca, ho la sensazione che al di la della linea che divide il vialetto dall’asfalto, qualcosa di imprevisto mi stia aspettando.
Aggrotto le sopracciglia, e mi do lo slancio per recuperare il tempo perduto.
A scanso di qualsiasi fraintendimento, sotto questo stato di calma: Io sono ancora incazzato.
Cadrò, mi farò del male. Ma non sarò l’unico.

 

March 05

...

Non importa nient'altro


...Chissà, forse prima o poi imparerò anche io, per ora conosco solo i miei limiti...


  

February 04

...

Autorizzazione a procedere

Spengo l’auto sul finire di un pezzo jazz e raccolgo le ultime energie per trascinarmi dentro casa. Una volta immaginavo di vivere in un noir. Rientrare di notte e lasciarmi dietro una dissolvenza in nero che chiudeva scene e giornate, sfumando sulle note di Fade to black dei Dire Straits.
Ho il tempo di togliermi maglione e maglietta e crollare sul letto a braccia aperte. Il sibilo che sento non viene dalle orecchie ma direttamente dal cervello. Fino a mezz’ora prima ballavo ritmi caraibici, cosa non proprio prevedibile da uno che è stato ad ascoltare una cover band dei Black Sabbath giusto la notte prima.
Mentre penso che non riuscirò ad addormentarmi come ogni notte in cui la mente prende il sopravvento e come ogni volta in cui so di dover lavorare l’indomani mattina, perdo conoscenza e me ne accorgo solo alle 6.30.
Mi sento la coscienza attaccata addosso come con un post it e la razionalità tenuta da uno sputo.
Nel tragitto tra casa e lavoro mi fa compagnia Fiorella Mannoia con Sally:
“…Perché la  vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia…”
In ufficio trovo dei colleghi che giocano a pallavolo con un preservativo gonfiato a palloncino.
C’è un senso nascosto in tutte queste coincidenze che non riesco a vedere.
Ci deve essere qualcosa di più semplice di quanto non sembri e ci sono cose che si sanno e malgrado tutto non ti aspetti.
Come le persone. Le conosci, sai come sono fatte, cosa c’è da aspettarsi da loro, cosa no e se c’è da aspettarsi qualcosa. Ciononostante ti stupisci se non fanno altro che essere loro stesse.
Come quelli che non hanno idea della differenza tra carta e plastica quando fanno la raccolta differenziata e malgrado qualsiasi lezione di chimica organica e inorganica: “Ma tanto quelli della nettezza urbana alla fine mischiano tutto.”
Come quella gente ipocrita e inaffidabile che malgrado l’ennesima possibilità per smentirsi, dimostra solo quanta poca importanza dia alle persone rispetto ad un progetto per un fine serata.
Quegli amici che hanno sempre in mente qualche nuovo progetto ma poi non è il portarlo a termine ad interessarli, quanto piuttosto le fantasie che ci costruiscono sopra. E malgrado ciò da 3 anni sembra ci sia un ex capitano della guardia castrista che a Cuba non vede l’ora di accoglierci e scarrozzarci in giro assieme a Fidel.
Quelli che sanno tutto, fanno tutto e non sbagliano mai, e nel dirlo danno solo conferma dei loro limiti.
Quelli che, voglia a mandare SMS, tanto la Domenica sera non esce mai nessuno.
Quelli che, gli altri sono troppo coatti, o troppo snob, o troppo cessi, o troppo rincojoniti, o troppo furbi.
E chi la vuole cotta e chi la vuole cruda.
E a sciare si, ma costa troppo, o c’è troppa gente, o ce n’è troppo poca, o “Sono affetto ad un disturbo congenito al gomito del tennista che va in contrasto con il ginocchio dello sciatore versione 3.1!”
Stacco gli occhi dal terminale, ho voglia di cambiar aria per qualche mese ma posso solo per 15 minuti, e mentre prendo l’ascensore per salire di un piano, devo ammettere di essere in uno di quei periodi in cui devo darmi una ripulita per svecchiarmi e gettare il superfluo. E con questo non intendo necessariamente cose materiali.
Penso che sul comodino ho spartiti e tabulatore mischiati a caso, mentre suono sempre gli stessi quattro pezzi. Accanto alla sveglia un libro che almeno una volta al mese riesco a finire. E nel cassetto gli appunti del corso di giapponese di cui devo dirmi soddisfatto se riesco a ricordare i numeri da 1 a 10. Da 5 anni “spero”di comprare casa, non dico“voglio”perché se lo volessi la“cercherei” seriamente, invece: viste poche, piaciute meno, occasioni perse tante.
Magari sarebbe il caso di fare qualcosa di concreto, iniziare e mettersi d’impegno per finire. Insomma, non dico tanti, ma almeno avere un paio di obbiettivi seri. Magari sarebbe il caso di non dipendere dai capricci di quelli di cui sopra e ottimizzare tempi e sforzi.
Chi ha detto che due teste ragionano meglio di una doveva essere un represso viziato che non andava al cesso senza la mamma.
Se non procedo da solo, a nessuno importerà che lo faccia.
Al distributore decido per un the, sa’ di acqua di carciofi lessi, ma almeno sa di qualcosa. Bombardo Francesco con i miei soliti discorsi senza senso e lui risponde con i suoi unici tre argomenti: calcio, sigarette e l’auto che dovrebbe comprarsi (marca e modello cambiano di settimana in settimana).
Continuo a non avere certezza di nulla, neppure che nulla succede per caso.
Torno a casa e mentre pranzo, sull’ottavo canale danno uno speciale su Fiorella Mannoia.
C’è ancora qualcosa che mi sfugge ma continuo a non capire cos’è.

January 20

...

Pezzi di me trascinati dal vento

Attesa...assenza...turbamento...evasione...
  

December 15

Panella, questa sconosciuta.
Ovvero: La gastronomia di Santa Lucia (13/12)

Odio le feste, il Natale soprattutto, che vede sciamare frotte di “Uomini di buona volontà” come piccole api operose per mettere qualcosa sotto l’albero e le proprie coscienze a posto. A dire il vero non esulto neppure per il mio compleanno. Ma d’altra parte ognuno ha il diritto di rovinarsi la vita come vuole.

Il primo anno a Roma ha sconvolto il mio immaginario, ed in maniera sostanziale, la differenza nel modo di vivere le feste. Io, straniero in terra straniera, non ero solo costretto ma avevo addirittura l’obbligo morale di trovare una scappatoia alla solitudine quella notte del 7/12 (voglio ricordare che l’8/12 si festeggia L’immacolata concezione). La sorpresa fu vedere che per tutti non era che una sera come le altre. Ma a Palermo sarebbe stato un sacrilegio: “Come, “la notte della Madonna” vai in giro invece di restare in famiglia a far la prima “Nottata” delle feste Natalizie?”

D’altra parte non si può scappare dalla propria natura, e per il palermitano, per quanto atipico, c’è un principio che non ammette violazione:
Vivere per mangiare!

Se dovreste mai trovarvi un “velociraptor” vivo e vegeto davanti ai vostri occhi e credeste di trovarvi al cospetto all’anello più alto della catena alimentare vi sbagliereste, è il palermitano che occupa quel posto di diritto. Anche perché un velociraptor non riuscirebbe a digerire tanto fritto.

Ma in fondo “la madonna” non è che una semplice riunione di famiglia a base di pizza e sfincione. La tradizione assume proporzioni addirittura globali il 13/12, Santa Lucia, giorno in cui l’intera Palermo partecipa all’usanza di astenersi dal mangiare pane, pasta e i comuni alimenti (non certo per credo religioso quanto per peccati di gola)

Parentesi storica:
Secondo la tradizione, nel 1646, la Santa fece arrivare nell'Isola una nave carica di frumento dopo un lungo periodo di carestia. Gli isolani se ne cibarono cuocendolo senza nemmeno macinarlo. Durante i giorni dei festeggiamenti si usa consumare solo verdure e legumi, le arancine e la cuccìa,

Così la giornata si articola con questa successione temporal-gastronomica:
La mattina ti alzi e trovi la cuccìa (la cuccìa, non la cùccia dei cani, attenzione all’accento), un dolce a base di grano bollito nel latte e condito con crema di ricotta, per i più delicati, o con crema di cacao, cioccolato a pezzi e canditi, per i fanatici.
Il pranzo cosi come i pasti secondari (ricreazione per gli scolari, pausa caffè per i lavoratori) sono a base di arancine (quelle che vanno per la maggiore a Palermo sono al burro ed alla carne, anche se quelle alla cioccolata ha preso piede), anche se i più fighetti potrebbero optare per un risottino, ma sono casi più unici che rari.
Per cena l’apoteosi! Arancine, panelle, gateau di patate (volgarmente detto gattò), e magari per dolce la cuccìa rimasta dalla mattina.
È per questo che si usa definire il giorno successivo“San Biochetasi”.

E siamo finalmente giunti al punto focale del post: LA PANELLA

Definizione: Le panelle sono delle frittelle di farina di ceci, accompagnato spesso dai cazzilli (crocchette di patate).

Preparazione: Ricetta per 4 palermitani:
500 g di farina di ceci, 1.50 lt d’acqua, sale, una manciata di prezzemolo.
Versare i 500 g di farina di ceci in una pentola con 1.50 lt di acqua salata ed amalgamare finche non si hanno grumi.
Lasciare addensare a fuoco medio. Quando iniziano a formarsi i primi grumi iniziare a mescolare e  continuare finché non si sarà raggiunta la giusta consistenza (altri 20-25 min.). Prima di spegnere condire con un po’ di prezzemolo.
A questo punto viene la parte più difficile, infatti appena si spegne la fiamma “l’impasto” si indurirà diventando un unico blocco dalla consistenza di polenta, di cui avremo ben poco da farci. Quindi, come far prendere la giusta forma alle suddette panelle?
Su questo esistono diverse scuole di pensiero:
- C’è chi con gran maestria e velocità riesce a spalmarla su più piatti per poi tagliarle in 4 parti triangolari. Ma questo, oltre richiedere una velocità sovrumana ed un’abilità non comune nemmeno ai più esperti, richiede anche una quantità di piatti che nemmeno in un ristorante, oltre al fatto che poi quei piatti dovranno essere anche lavati.
- Il panellaro da friggitoria versa l’impasto nelle latte dell’olio vuote (le lanne) per poi affettarle appena raffreddato. Il che dà la caratteristica forma circolare alle panelle da friggitoria. Ma lanne del genere sono difficilmente reperibili.
 
- Io, come variante al panellaro, verso l’impasto nelle bottiglie di acqua minerale dopo avergli tagliato il collo (alle bottiglie non all’impasto) per poi affettarlo appena raffreddato (l’impasto non le bottiglie).
Dopo aver affettato l’impasto in fettine di circa 0.5 cm, si frigge.

Non sarà difficile, ma visto che è necessario mescolare il tutto per circa ½ ora, si può considerare un buon allenamento mentale oltre per i muscoli delle braccia.

November 08

2 Novembre: Il giorno della NONNA
Meno 6 agli “-ento”!!!

Mi osserva dal terzo piano. Non li vedo, ma sento i suoi occhietti seguirmi in lontananza. Scodinzola quasi, per l’attesa.
L’ascensore si ferma. Ne esco con le valige a seguito, consapevole dell’imminente agguato. Sull’uscio, quasi a sentirne l’odore, la porta si spalanca lasciando sconcertati tutti gli accidentali spettatori.
Si avventa contro al grido:
”PICCIDDU!”
Dopo di che il copione è sempre lo stesso:
“Nonna Catarina!”
“Nun mi chiamari Catarina. U sai ki mi ricìa me nonna quannu mi chiamanu Catarina?”
Io lo so, oramai dopo 30 anni a memoria, parola per parola. Ma mi diverto troppo, quindi abbozzo sorrido e chiedo:
“No nonna non lo so, ki ti ricìa?”
Tanto mi avrebbe risposto lo stesso.
“…Mi ricìa: <<Si ti chiamano Catarina, nun ci rari a parrari!>>”
A quel punto mi viene puntualmente, spontanea come un ictus, la stessa domanda: “ma se la mia trisavola si chiamava Caterina e non le piaceva, e lo stesso vale per mia nonna, perché hanno chiamato mia cugina con lo stesso nome? Cosa è, un virus? Una maledizione che salta una generazione? Una faida familiare?”
Poi continua:
“Ma u sai quanti anni c’aiu?”
Lei non mi lascia il tempo di rispondere:
“Accussì!”
E fa un gesto incomprensibile con entrambe le mani, agitando tutte e 10 le dita.
“Assai! Ar avilli l'anni! mia!”
“Si sugnu furtunato moro prima!”
“Ah, mascarato!”
“Quest’anno per regalo ti faccio un bel lifting, cosi con la pelle che avanza ci tappezzi parete e soffitto!”
E la gag finisce quando le afferro entrambe le guance tra pollice ed indice e le dico:
“Nonna Puuuuuffa!”

Perché “Nonna Puffa”?
Perché è alta “2 mele o poco più” ed ha i capelli turchini.

Quest’anno sono 94!
Tra 6 anni festeggiamo alla grande: ci buttiamo col paracadute!
Che poi non ha nemmeno bisogno di aprirlo: le basta la pelle in eccesso per frenare la caduta!


October 07

Come lacrime nella pioggia

Provo ancora quella melodia. E' dolce e trascinante. Sembra quasi spingere attraverso le dita, le mani, tutto il mio corpo per poter vivere attraverso me e realizzarsi, esistere. Mi trascende e permea. Mi perderei in essa, se solo non fossi io a suonarla. Le dita pasticciano sulla tastiera, toccano corde che non avrebbero dovuto, spezzando la fluidità di un arpeggio. Poi, al di la della stanza, oltre la finestra, la pioggia. È una festa di armonici, è ritmo, ogni goccia una nota, tutte assieme un concerto e quel suono trasporta la mente come le foglie secche per un rivolo giù per un fossato.
“Che hai?”
“…”
“Perché non parli?”
“Non ho nulla da dire.”
“Ce l’hai con me?”
“Lasciami in pace.”
“Ce l’hai con me!”
“No! Ora lasciami in pace, lasciami solo.”
“Ce l’hai con me perché sto prendendo il tuo posto, perché ti ho allontanato dai tuoi amici e ti ho fatto tagliare i ponti con la tua famiglia.”
“Non sei tu, ed ora falla finita!”
“Non compiangerti, lo sapevi fin dall’inizio che sarebbe finita così. Di chi è la colpa? Ti sei illuso di poter scappare dall’inevitabile. Avresti dovuto imparare, ed invece, hai continuato a commettere lo stesso errore. Quante persone possono vantare di aver realizzato i desideri solo perché l’hanno voluto veramente? È stata la tua maledizione. Ricordi quando hai desiderato un’assoluta liberta? Certo che lo ricordi. Per quanto tempo sei rimasto solo, e quanto tempo per ovviare a quella leggerezza di valutazione? Due anni mi sembra, due anni senza aver nessuno con cui passeggiare, confidasi o solo parlare. Non era stata neanche la prima volta.
Per ultimo hai deciso che non eri fatto per questo mondo. Cambiare atteggiamento lo capisco, ma cambiare personalità, sembra eccessivo persino per me. E nel dirlo vado contro i mie stessi interessi.
Uno pensa di realizzare un desiderio e risolvere i problemi, invece è proprio allora che cominciano i guai. Come se, per completare un castello di carte, togliessi una carta dalla base. Sconvolgi l’ordine predefinito, e ti cade tutto addosso. È naturale. Entropico direi.
Già, i desideri non sono mai come te li aspetti. E tu, da essere umano limitato quale sei, non hai potuto valutarne tutte le infinite variabili. Sono miracoli imperfetti.
Ora ti senti sprofondare in un abisso, nella parte più profonda di te stesso. Non farla tanto drammatica, ci sono stato fino ad ora e non ci si sta poi tanto male. Oddio, non è nemmeno un villaggio Valtur, ad essere sinceri. Consideralo così: ti stai prendendo una lunga vacanza. Una vacanza in cui puoi guardare solo la TV, o spegnerla, se vuoi. Niente più, niente meno.
“Non è questo, è che…”
“Non dirmi che hai rimpianti? Hai sempre vantato la presunzione che semmai fosse finita, non avresti avuto rimorso per quello che non avresti più potuto avere. Non puoi frenare una caduta dopo esserti lanciato da cinque mila metri. Mi stupisci, c’è sempre da imparare da te. Credevo di conoscerti meglio di te stesso. Che poi è quello che sono!”

 
 


 
 
September 11

Notte Bianca 2007

Memento di me stesso

08/09/07 - 23.50
Roma,Vittoriano                                                                                                        
Concerto Franco Battiato                                                                                            

Lo definisco istruttivo. Come un’interrogazione andata male. Perché, anche se brucia, anche se amareggia o infastidisce, si comprende la propria ignoranza. Si comprende che dalla gente, da quella “umanità varia ed eventuale” che trovi appena superi qualunque angolo di questa città eterna, c’è sempre da imparare. E che rinfrescare la memoria, su cose che già so ma a cui non do la dovuta importanza, non fa male. Se ne esce consapevoli di se. Consapevoli degli altri, e di quella parte di se che rende consapevoli degli altri.

Mi sento come un asso di coppe in un mazzo di carte da poker. Che poi è quello che sono, e che so di essere ma che dimentico e mi tocca ricordare.

Mi rivolgo al Lercio e gli faccio notare: 
 ”…e questi con 2/3 della mia età che ne dimostrano il doppio? Ne vogliamo parlare?”
Il Lercio mi sorride:
 “Ma il Punk non era morto?”
Poi si ferma mi guarda. Lo guardo. Ci guardiamo. Gli dico:
 ”È EMO…EMO è bello!”
 “…cazzo vor dì EMO?”
 “Parola nuova per dire cose vecchie. Ma non dirglielo, si sentono originali!”

Il maestro intona “La cura” e sembra di stare a San Pietro durante la messa. Mi volto ed una tipa con le mani giunte recita la preghiera con voce monotòna e sguardo perso, come stesse recitando il rosario con la promessa di espiare peccati e la faccia di chi non la manterrà.
Il Pathos raggiunge il culmine quando canta dei campi del Tennesee e delle lavandaie che salutavano Tchaikovsky…o qualcosa del genere.
No davvero, Battiato è un grande. Ma io lo identifico con “Bandiera bianca” o “La stagione dell’amore”.
Sono rimasti pochi poeti, molti di quelli che lo erano si sono piegati alle regole del mercato per continuare a vendere. O almeno lo spero, vista la banalità della musica di questo decennio, se non fosse così la cosa sarebbe veramente grave.

“Shock in my town
velvet underground

rozzi cibernetici signori degli anelli
orgoglio dei manicomi.
Shock in my town
velvet underground

di aminoacidi…”

Il Lercio mi confessa che per lui Battiato è troppo avanti, non riesce a stargli dietro:
 ”…Rozzi cibernetici signori degli anelli? Gli aminoacidi?”
Abbozzo un:
 “Rozzi cibernetici signori degli anelli sarà una denuncia verso Bill Gates e quei pochi eletti che dettano legge col Windows, di cui non si può più fare a meno…Gli aminoacidi…i mattoni costitutivi delle proteine quindi degli esseri umani…metafora no?”
Scanso a malapena un suo sputo.

Io sono quello sbagliato, io sono l’eccezione, il clandestino, l’alieno, un’aberrazione del comune modo di essere. Sono per l’autodistruzione, un suicida.
Malgrado tutto sono convinto che ognuno ha il diritto di rovinarsi la vita come meglio crede, anche se perlopiù vedo un’infantile sfoggio di superficialità e immaturità. L’eccesso solo come ripiego alla noia. La noia non è una motivazione sufficiente.

Sono invidioso della loro umanità. Quella che ho solo in apparenza. Sono invidioso di quello che loro posseggono per eredità genetica, che gli è dovuto per il semplice fatto di esistere e che a me non spetta. La cosa non sarebbe neppure un gran problema se solo non fossi pure orgoglioso di questa natura.
Domani avrò già scordato. Domani mi sveglierò senza ricordare. Domani avrò nuovamente bisogno di osservarli, escludere ciò che non sono, per riscoprirmi.

July 29

Peristalsi gastrica per lupi latenti

 

Osservo stucchevoli maschere di falsità ed ipocrisia: dagli sguardi languidi e dalle compiaciute espressioni di appoggio artefatto per dar sollievo a piccole coscienze di seconda mano, qualora se ne trovassero di nascoste.

 

Annuso la frivolezza di un infetto capriccio di costume, ed il fetore di un fastidio cancerogeno di livello cutaneo nemmeno buono a concimarvi la terra.

 

Ascolto inconsistenti concetti farciti di mediocrità che non valgono il fiato sprecato per esporli. Il blaterare che da un nuovo significato al concetto di inquinamento acustico. Che si confonde con un urlo che mi lacera le budella per la voglia di vomitargli contro. Un conato fatto di risentimento e veleno.

 

Pondero che ogni carnefice meriti le stesse pene inflitte alle sue vittime. Ricambio con divagante sarcasmo la loro corrotta autenticità.

Imbottisco orazioni guarnite da capolavori in materia fallica, sia nei termini che nei contenuti, dando al discorso e agli interlocutori il peso che è giusto attribuirgli.

Mi chiedo se non sia portatore sano di quello stesso virus.

 

Giorno dopo giorno osservo quell’entità subnormale che urla, scalcia e si dibatte come un ossesso in crisi che ringhia contro il riflesso delle sue stesse deficienze ed incapacità. Tutto attorno a se è causa ed effetto della sua stizza che non risparmia nemmeno chi gli è vicino.

Constato con naturalezza che ormai la cosa non mi tange e che non ne provo compassione nemmeno dal più piccolo anfratto del mio essere. Con un pensiero fatalista direi che la cosa prenderà la strada dell’inequivocabilità degli eventi, malgrado tutto e malgrado tutta la bile che possa secernere il mio fegato.

June 30

IO, IL LERCIO, I VETRI E L'ARIA CONDIZIONATA

Roma-Napoli uscita Monte Porzio Catone, 11:00 del mattino, temperatura 39°, tasso di umidità del 50%.

Ormai ho un tic nervoso: le dita della mano destra giocherellano di continuo sui comandi della radio posti al volante. Infatti non ascolto nulla, sento solo frasi spezzate di DJ che intervallano commenti banali a canzoncine ancora più mediocri. Freno e mi sveglio da quella trance digitale. Resto su quella stazione e un conduttore col nome da fumetto e con una voce intensa ed esperta continua in suo programma:

<<…temperature ancora al di sopra delle medie stagionali. A Palermo certe zone sono restate senza luce…>>

-Vergogna, sempre a farci riconoscere! Il palermitano: la fonte di ogni male!- penso.

<<…perché in fondo le città sono come grandi condomini, se c’è un sovraccarico è normale che salti tutto. Senza considerare che oggi oltre a tutti i condizionatori e ventilatori vari anche PC accesi 24 ore su 24 a scaricare questo mondo e quell’altro, Play Station, console e alimentatori per assicurarne la funzionalità a qualsiasi ora del giorno e della notte…>>

Avrei potuto pensare al problema del riscaldamento globale, al problema del risparmio energetico. Invece:

<<Ma porca putrella in croce! come razzo è possibile che il massimo della vita oggi sia quello di starsene a giocare alla Play Station? Ok, sono strano, ma basta andare indietro di appena 10 anni, non ere geologiche, quando non c’erano telefonini ne Internet, gli interessi erano altri, ci bastavano, e se non c’erano li inventavamo.

Far finta di suonare con gli amici. Non avevi un mezzo di locomozione? Allora lunghissime passeggiate chiedendoci se “il problema ontologico potesse essere risolto in maniera dualistica”. Troppo caldo? Grandi scorpacciate di gelati. E la linea? Ma quale linea, con tutti i chilometri che macinavamo smaltivamo questo ed altro.

Una vota siamo entrati in una proprietà privata e ci hanno sparato dietro – oddio, sul fatto che ci abbiano sparato dietro non ne sono del tutto certo, ero troppo impegnato a correre per vedere dove stessero mirando, ma non era questo il punto-.

Gli appuntamenti erano quelli. Senza cellulari chi c’era c’era e chi non c’era non c’era. Si diceva:”Appuntamento è fino a mezz’ora!” e poi s’andava. E le notizie arrivavano quando dovevano arrivare, senza pensieri che ti rovinavano la giornata. O lunghe attese davanti ad un cellulare causa di tanti problemi esistenziali. Partivi per un viaggio e quando arrivavi sapevi.

Una volta lo preferivo perché era tutto più semplice, oggi perché più comodo. Una volta lo preferivo perché rappresentava l’innata capacità umana di resistere ai fenomeni naturali senza mezzi artificiali, e l'affermazione delle sue potenzialità psico-fisiche>>.

Mi scoccio, spengo la radio, metto un CD e non ci penso più.

Direte voi: “E che c’entrano: il lercio, i vetri e l’aria condizionata?”

Semplice: il lercio mi precedeva sigillato sulla sua Lancia Y (altrimenti detta: la Proto Zora). In cerca di una fantomatica autofficina per rimediare a due inconvenienti che stavano provocando un effetto “Pentola a Pressione” nella suddetta auto e mettendo seriamente a rischio la sua vita: mettere a posto gli alza cristalli elettrici, ormai definitivamente bloccati con i vetri chiusi, e l’aria condizionata sfasciata.

June 23

Fedele compagna di tante notti: L'insonnia

Sul comodino ho un libro. Sotto ne ho un altro, non mi piace rimanere impreparato qualora lo dovessi finire. Torno a casa dall’ufficio alle 23:45 che mi sento un chiodo piantato in testa. Sarà la fame, sarà il continuativo fruscio dei sonagli di alcuni serpenti che chiamo colleghi, sarà che dopo due giorni in ufficio con l’aria condizionata fuori uso e circondato da 17 PC mi sentivo essiccato come un baccalà, e sbattuto come un tappetino. Neanche a dirlo e sono a letto, a questo punto lascio immaginare le bestemmie quando m’accorgo di aver dimenticato il cellulare in auto.

Dopo aver scomodato tutti e 366 santi del calendario (il 2008 è bisestile ed anche S.Giusto è stato messo in mezzo), torno al programma che m’ero prefisso.

Spavaldo e sicuro di un sonno certo prendo tra le mani il libro: Erich Fromm, Avere o Essere?

“Non posso fallire!” - m’illudevo.

Leggo 10 pagine e mi convinco di aver raggiunto la saturazione, spengo luce e saluto il mondo.

Con entrambi gli occhi "in riserva" vedo susseguirsi:

00:56,   1:45,   2:40,   4:10,   6:55!

Inizio a immaginare nuovi metodi per assumere valeriana, dai più comuni, passando dall’idea di fumarla, fino ad ipotizzare un metodo di assunzione per osmosi.

Mi fa visita con periodicità ed ormai da 5 anni è la mia amante più fedele. È una compagna viziata che raggiunge sempre il suo scopo. La conosco bene la storia, tanto vale rassegnarsi. Preferisco occupare il tempo più produttivo: stirare, imparare una nuova lingua, scrivere, far modellismo, dipingere, pulire l’argenteria, le opzioni potrebbero essere infinite.

Continuo a leggere.

“Da domani lavoro di notte, e nessuno può lamentarsi”

Buona notte a tutti, e se l’insonnia vi accompagna, ecco la mia ninnananna:

http://www.youtube.com/watch?v=v-gwe9LzUkY

 

June 07

30 anni di ...sollecitudine!

30 di questi giorni, ok, mo basta però, sto bene così...
30
300
3000
non importa...
non è la data a fare il GIORNO, ma il GIORNO che fa la data..
Forse non avevo neppure due anni, se di un giorno importante si può parlare, questo è tutto quello che so...il giorno più importante...quello che dovevo fare, l'ho fatto!
Cresciuto troppo tardi e tutto assieme?...per quanto mi riguarda, ora torno in dietro e mi faccio tutte le tappe intermedie, mi fermo e mi faccio quattro risate...
Quello che sono, è nato molto dopo!
"I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono 5 o 6. Il resto, fa volume!"
 
 
May 27

Manuale di sopravvivenza per fratelli-coinquilini

Ovvero: Chi sa perché capitano tutte a lui!

Durante l’infanzia è più semplice, non hai obblighi ne pensieri, in cambio di una sufficienza sulla pagella, mamma e papà ti danno i soldini e pensano a tutto, vitto e alloggio gratis e per ogni imprevisto sai a chi chiedere aiuto.

Quando cresci e ti allontani da casa sembra che le cose da fare siano sempre troppe, e quando sei troppo sotto stress qualsiasi commento dei tuoi genitori diventa insopportabile. A quel punto aver un fratello con cui poter esorcizzare la cosa e sfogarsi dei tuoi problemi e di quelli psicologici che ti provocano i tuoi genitori pensi sia una gran cosa.

Ed è in quel momento che si fa strada dentro di tè un pensiero, che al contempo è anche la più grande cazzata da quando l’uomo ha inventato la famiglia:

 “…mmm, certo che se mio fratello venisse a vivere con me sarebbe spettacolare!”

Quindi gli trovi il lavoro e gli dici:

 “…e che problema c’è? Vieni a vivere con me!”

A quel punto l’hai detto! La frittata è fatta! Non puoi più tornare indietro, ti sei messo nei guai da solo, e non puoi prendertela con nessuno, solo con te stesso!

La tragedia ha inizio. Ti aspettavi di vivere in una situation comedy alla Friends ed invece la sensazione è quella di un film horror alla Nightmare o L’invasione degli ultracorpi!

Ha inizio un effetto domino che potrebbe rovinare definitivamente la vostra vita: relazioni fallimentari con l’altro sesso, incidenti stradali, clonazioni di bancomat, faide familiari e esclusioni testamentarie, acqua che diventa sangue, pioggia di rane, pidocchi, psoriasi, campi invasi da cavallette ed altre piaghe.

Quindi, regola numero 1:

Mai trovar lavoro e/o ospitare il proprio fratello (o sorella) in casa con voi!

Se avete rispettato o rispetterete questa prima regola potete anche fermarvi qui con la lettura avete risolto il problema principale sul nascere.

Ma nella vita niente va mai come si vorrebbe. Quindi, vuoi per noia, vuoi per distrazione, vuoi per ignoranza, o per troppa ingenuità, può darsi che non si sia rispettata la regola n°1. A questo punto bisogna, per così dire, farsi terra bruciata attorno, ovvero prevenire situazioni contingenti che potrebbero contribuire a creare o peggiorare quello che è già o potrebbe divenire disastroso.

Prima di studiare il problema in se e per se, bisogna però capire le cause dello stesso e da dove proviene. Poiché il problema è “un fratello” ne consegue che l’origine è “la famiglia”.

Scatta quindi l’operazione:”Cose di casa Nostra” ovvero: Non vedo, Non sento, Non parlo:

  • ·          Non vedo: Evitare il contatto visivo con entrambe le parti in causa o ridurlo al minimo indispensabile, secondo il principio: se non vedo non m’incazzo. La parte veramente difficile del Non vedo non è tanto evitare il fratello, quanto invece il non far caso alla catasta di stoviglie non lavate o, se lavate, lavate male. Lavastoviglie per cui i piatti sono gestiti solo in entrata ma mai in uscita. Alla collezione di rotoli di carta igienica finita sulla finestra del bagno, lavandini tanto pelosi da sembrar rivestiti da moquette. All’utilizzo indiscriminato di oggetti e alimenti altrui, all'angolo bar saccheggiato da bottiglie che si svuotano misteriosamente nel giro di pochi giorni, ai sacchetti di spazzatura, in origine differenziata, traboccanti che potrebbero restare li tanto da far decomporre la plastica, e la scia di morte e decomposizione che lo segue ad ogni passo.
  • ·          Non sento: Non sempre la mancanza di contatto visivo implica la mancanza di contatto verbale. E, soprattutto, non sempre si può scappare (la cosa è troppo faticosa e creerebbe non pochi sospetti, che provocherebbero a loro volta altri contrasti). Quindi bisogna creare una sorta di cuscinetto mentale o una capacità di deviare i cattivi pensieri per percorsi neurali alternativi e segregarli in comparti stagni. Il Non sento si divide a sua volta in due categorie:
  1. 1.      Non sento Lui: attacchi isterici, opinioni sui presunti diritti che ha e doveri che hai, totale dipendenza per i bisogni secondari e a volte per quelli primari, interminabili e inconcludenti racconti di avvenimenti più o meno inventati o su argomenti privi di qualsiasi interesse
  2. 2.      Non sento Loro: paternali sul senso della famiglia, sui tuoi doveri di fratello maggiore, accondiscendenza incondizionata sulle boiate che combina, sentirsi accusare per quello che fa ma anche per quello che non fa, e per quello che fai o non fai per farglielo o non farglielo fare, tanto in ogni modo la colpa è tua! (e da qui si capisce a che stato si può arrivare)

Tutte cose che oltre a far alzare la pressione comportano un notevole dispendio di tempo ed energie psico-fisiche;

  • ·          Non parlo: da applicarsi solo verso i genitori, il Non parlo è il punto più importante dei tre e consiste nel raccontare il meno possibile, sorvolare o mentire sui dissidi, lamentele, e disastri combinati dalla calamità che vi siete portati in casa. Questo per creare una pace simulata e uno stato di calma apparente agli occhi dei genitori, che a loro volta, non preoccupandosi, allenterebbero

     Quindi, regola numero 2 :

(”Cose di casa Nostra” ovvero: Non vedo, Non sento, Non parlo)

Mai far troppo caso ai problemi causati dal fratello, mai far troppo caso a quello che dicono i familiari, (ma soprattutto) mai sfogarsi con i genitori degli impossibili guai che il loro bambino preferito causa.

Se rispetterete questa seconda regola rinvierete di qualche mese i primi segni di squilibrio mentale.

A questo punto conveniamo insieme che:

nessun impegno è tanto oneroso se si pensa che si sta facendo per la nobile causa di mantenere la pace familiare e la causa di ogni male è la famiglia!